In perfetta sintonia con la manifestazione realizzata presso la Fondazione Biagi, insieme a Slow food bisognerebbe stimolare e incentivare la ripresa del settore agro-alimentare, favorendo produzioni agricole di qualità che dovrebbero essere vendute localmente nei mercati e nelle piazze dei 47 Comuni, riportando alla ribalta e buoni sapori dei prodotti a Km 0 che vanno ad interagire positivamente con la salute delle persone. Il consumo repentino e precoce dei vegetali permette per esempio un ricco apporto di vitamine che non si ha con prodotti che "girano tanto". Nell'era della globalizzazione chiamiamolo "federalismo biologico". Bisognerà invece cercare di "globalizzare" prodotti come il Parmigiano-Reggiano, facendone conoscere le proprietà "sanitarie", i nostri suini e i salumi che ne derivano, l'aceto, il lambrusco, la ciliegia, le pere, ecc..
Relativamente al settore agricoltura con particolare riferimento all’attività svolta nel territorio montano, mi pregio inviare alcuni suggerimenti in merito.
L’attività agricola presente nella nostra montagna si configura principalmente nella produzione di latte destinato alla trasformazione in Parmigiano Reggiano.
La stessa agricoltura rappresenta un aspetto importante del territorio montano per due motivi principali:
Giro d’affari elevato considerando anche i settori a monte ed a valle dell’attività vera e propria;
Tutela del territorio da parte dell’opera che l’agricoltore svolge.
Questo comparto ha vissuto negli ultimi anni un periodo di crisi economica molto preoccupante, iniziato anche prima della recessione economica che ha colpito il nostro paese e non solo. Riporto schematicamente alcuni punti che ritengo potrebbero essere approfonditi ed elaborati, quali progetti da mettere in campo nei prossimi cinque anni di legislatura:
1. Identificazione e qualificazione del Parmigiano Reggiano prodotto nella montagna del comprensorio, con il marchio Parmigiano Reggiano di Montagna;
2. Creazione conseguente, all’interno della grande distribuzione, di canali di vendita riservati ai prodotti tipici tra cui lo stesso prodotti di montagna;
3. Organizzazione di un sistema di vendita diretta del prodotto da parte della struttura o delle strutture di trasformazione anche in forma associata.
Caro Presidente, semplicemente per rammentare l'opportunità, come già fatto a livello di Regione, che anche in Provincia nella costituzione di tavoli di consultazione e/o filiera vitivinicola, siano chiamati a partecipare rappresentanti dei PROFESSIONISTI del vino. Mi riferisco agli enologi rappresentati in ASSOENOLOGI.
Per il miglioramento dell'ambiente (aria-rumore-clima) e per il recupero di aree incolte o a riposo, proporrei di reinserire il finanziamento dei rimboschimenti con piante autoctone locali. Questo lo farei con continuità almeno per un po' di anni per creare così lavoro. E'ovvio che tale programma deve essere mantenuto nel pagamento ( la 2078 - 2080 credo fossero una cosa positiva ma i pagamenti del contributo e del mancarto reddito arrivano sempre in ritardo) Inoltre interromperei il contributo per nuovi vigneti..credo ci sarebbe bisogno di fermarsi un attimo e puntare sulla qualità DOC ecc. poi si vedrà.
Per l’Appennino, avvinghiato da una situazione assai difficile di declino culturale, economico e sociale, penso possa essere utile, come incentivo privo di controindicazioni per riguadagnare almeno in parte consapevolezza del valore del territorio montano, l’attivazione di un piano di sistematico e generale recupero dei boschi di castagno. L’abbandono ha condotto ad un progressivo soffocamento dei castagni da parte di specie vegetali più forti cancellando, in forma grave, i forti e insostituibili valori paesaggistici, turistici ed ecologici dei castagneti. L’attuazione del piano comporterebbe per diversi anni l’impiego diffuso di mano d’opera locale e la produzione, come risulta degli interventi di ripulitura e rinnovo, di ingenti quantitativi di legname aventi, in relazione ai diversi usi possibili, un non marginale valore economico. Tale risvolto potrebbe essere accentuato e reso strategico se, congiuntamente, si avviasse un programma di formazione di nuovi castagneti anche per la produzione di legname da opera. Con analoghi obiettivi penso dovrebbe essere rivolta concreta attenzione al mantenimento dei prati da fienagione. L’abbandono ne sta determinando un progressivo e assai rapido riassorbimento nelle compagini boschive e ciò costituisce sia potenziale perdita economica (basti pensare alle immani fatiche secolari compiute dagli uomini per formarli) sia grave alterazione paesaggistica. Urge l’approntamento di un piano che, anche indipendentemente dalle sorti del comparto del parmigiano-reggiano, al quale devono essere prestati prioritariamente sostegno e attenzione , individui le strategie per incentivare la ripresa di coltivazioni appropriate e almeno lo sfalcio annuale dei campi e la commercializzazione del fieno dotato, in quanto “biologico”, di un valore purtroppo inadeguato ma non da sottovalutare. A quanto sopra dovrebbe essere associata in generale un’azione diffusa di manutenzione del territorio, in particolare della rete scolante minuta e del sistema di sentieri, attribuendo agli agricoltori locali funzioni specifiche determinanti ed economicamente riconosciute.
La montagna è considerata come zona di produzione specifica del Parmigiano, proprio in virtù delle caratteristiche di salubrità, scarso inquinamento e ottimo ambiente nel quale sono condotti gli allevamenti zootecnici di produzione del latte destinato alla trasformazione.
Quindi è l’ambiente di produzione, e di conseguenza i foraggi utilizzati, le acque e l’aria, a definire un prodotto con caratteristiche proprie che ne identificano un indiscutibile livello qualitativo: il Parmigiano Reggiano prodotto in Montagna.
E’ necessario quindi procedere all’identificazione del prodotto quando ancora si trova in mano al produttore o alla cooperativa casearia.
Nella realtà della nostra montagna questo periodo di tempo si esaurisce con l’effettuazione delle procedure di marchio da parte del Consorzio del Parmigiano Reggiano, che indicativamente avvengono dopo 12– 14 mesi di stagionatura.
Questo periodo di tempo deve essere preso a riferimento quale tempo massimo per l’apposizione del marchio identificativo di prodotto di montagna.
Non si vuole certamente creare un nuovo prodotto, bensì conferire valore aggiunto ad un Parmigiano Reggiano, quello di montagna, per il quale sono già riconosciuti standard qualitativi elevati e che pertanto deve essere maggiormente valorizzato.
L'agricoltore, oggi più che mai, può e deve diventare il partner privilegiato delle istituzioni pubbliche (Comuni, Comunità Montana, Provincia, Regione...) nel settore della manutenzione e cura del territorio rurale ed in particolare montano. La collaborazione può essere attivata negli interventi di difesa idrogeologica, di manutenzione di fossi e canali, di strade rurali. Ne deriverebbe un beneficio complessivo per l'ambiente ed un reddito complementare per l'azienda agricola, scongiurando il pericolo di accentuare l'abbandono delle zone rurali della nostra provincia.
Ho potuto constatare di persona il successo raccolto alla recente fiera Modenantiquaria dallo stand che vendeva prodotti tipici modenesi nella galleria del quartiere fieristico. Credo sia stata un'iniziativa intelligente di promozione, che a mio parere dovrebbe diventare strutturale. Un visitatore, magari straniero, che arriva a Modena dovrebbe poter trovare in un posto facilmente raggiungibile (magari vicino al casello autostradale) un luogo dove poter conoscere e comprare aceto balsamico, lambrusco, parmigiano e altri prodotti tipici. Anzi, penso che delle "vetrine" dedicate dovrebbero essere in tutti i luoghi frequentati dai visitatori: in centro a Modena, oppure a Maranello dove ogni anno arrivano migliaia di turisti, o sul Cimone dove c'è un flusso turistico interessante anche da fuori provincia. La Provincia dovrebbe secondo me fare un'operazione di questo tipo, visto che Modena è famosa nel mondo per i suoi prodotti agroalimentari.
Caro Emilio,
in materia di agricoltura la nostra provincia per i prossimi 5 anni dovrebbe saper rilanciare e promuovere l'allevamento dei suini, che oggi è in uno stato di grave difficoltà.